potere e felicità

Felicità

potere e felicità

Gli ultimi cinquecento anni hanno assistito a una serie sbalorditiva di rivoluzioni. La terra è stata unificata in un’unica sfera ecologica e storica. L’economia si è sviluppata in misura esponenziale, e l’umanità oggi gode di un tipo di ricchezza un tempo riservato solo alle fiabe. La scienza e la Rivoluzione industriale hanno conferito all’umanità poteri sovrumani e un’energia praticamente illimitata. L’ordine sociale si è trasformato completamente, così come la politica, la vita quotidiana e la psicologia umana.

Ma siamo più felici? Possiamo dire che l’abbondanza accumulata negli ultimi cinque secoli si sia tradotta in un appagamento prima sconosciuto? La scoperta di fonti energetiche inesauribili ha forse aperto davanti a noi inesauribili riserve di felicità? Andando a ritroso nel tempo, la settantina di turbolenti millenni seguiti alla Rivoluzione cognitiva hanno reso il mondo un posto migliore in cui vivere? Il defunto Neil Armstrong, la cui impronta rimane intatta sulla Luna per l’assenza totale di vento, è stato forse più felice del cacciatore-raccoglitore senza nome che trentamila anni fa lasciò l’impronta della sua mano sulla parete della caverna di Chauvet? Se la risposta è no, a che è valso sviluppare l’agricoltura, le città, la scrittura, la coniatura delle monete, gli imperi, la scienza, e l’industria?

Benché pochi abbiano studiato la storia della felicità sul lungo periodo, si può dire che non vi sia studioso o profano che non abbia in merito un qualche vago preconcetto. Secondo una concezione comune, nel corso della storia le capacità umane si sono accresciute. Poiché gli umani generalmente usano le loro capacità per alleviare le sofferenze e per realizzare le proprie aspirazioni, ne consegue che dobbiamo per forza essere più felici dei nostri antenati medioevali, i quali devono essere stati senz’altro più felici dei cacciatori-raccoglitori dell’età della pietra.

Questo miglioramento progressivo, però, è tutt’altro che convincente. Come abbiamo visto, non è detto che nuove attitudini, comportamenti e capacità, rendano necessariamente migliore la vita. Quando gli umani impararono a lavorare la terra nella Rivoluzione agricola, il loro potere collettivo nel dare forma all’ambiente aumentò, ma il destino di molti umani presi singolarmente si fece più aspro. I contadini dovevano lavorare molto più sodo dei cacciatori-raccoglitori per ottenere cibi meno variati e meno nutrienti, ed erano molto più esposti alle malattie e allo sfruttamento. Allo stesso modo, la diffusione degli imperi europei accrebbe notevolmente il potere collettivo dell’umanità attraverso la circolazione delle idee, delle tecnologie e dei raccolti e l’apertura di nuove vie commerciali. Tuttavia ciò non avvantaggiò certo milioni di africani, di nativi americani e di aborigeni australiani. Data la comprovata propensione umana a usare male il potere, pare piuttosto ingenuo ritenere che quanta più forza ha la gente, tanto più sarà felice.

Alcuni contestatori di tale concezione assumono una posizione diametralmente opposta. Essi sostengono che esiste una correlazione inversa tra capacità umane e felicità. Il potere corrompe, dicono, e via via che l’umanità prendeva sempre più potere, creava un freddo mondo meccanicistico poco adatto alle nostre vere necessità. L’evoluzione ha foggiato le nostre menti e i nostri corpi sulla vita dei cacciatori-raccoglitori. La transizione prima all’agricoltura e poi all’industria ci ha condannato a un tipo di vita innaturale che non può dare piena espressione alle nostre innate inclinazioni e istinti, e dunque non può soddisfare i nostri desideri più profondi. Non c’è niente, nell’esistenza confortevole della borghesia urbana, che possa avvicinarsi al vivido eccitamento e alla pura gioia sperimentata da un branco di nomadi in una caccia fortunata a un mammut. Ogni nuova invenzione non fa altro che aggiungere un ulteriore miglio di distanza tra noi e il giardino dell’Eden.

Ma tale insistenza romantica nel vedere un’ombra scura dietro ogni invenzione è altrettanto dogmatica della fede nell’inevitabilità del progresso. Forse abbiamo perduto ogni contatto con il cacciatore-raccoglitore che abbiamo in noi, ma questo non è del tutto un male. Per esempio, durante gli ultimi due secoli la medicina moderna ha fatto diminuire la mortalità infantile dal 33 per cento a meno del 5 per cento. Si può forse dubitare che ciò non abbia dato un enorme contributo alla felicità non solo di quei bambini che altrimenti sarebbero morti, ma anche alle loro famiglie e ai loro amici?

Una posizione più sfumata si pone a mezza strada. Fino all’avvento della Rivoluzione scientifica non c’era mai stata una chiara correlazione tra potere e felicità. Può darsi che i contadini medioevali fossero in effetti più sofferenti degli antenati cacciatori-raccoglitori. Ma in questi ultimi pochi secoli gli umani hanno imparato a usare le loro capacità in maniera più avveduta. I trionfi della medicina moderna ne sono solo un esempio. Altre conquiste senza precedenti comprendono il forte crollo del tasso di violenza, la virtuale scomparsa delle guerra internazionali e l’eliminazione pressoché completa delle carestie su vasta scala.

Tuttavia anche in questo modo si semplificano troppo le cose. In primo luogo, si tratta di una valutazione ottimistica che si basa su un campione di anni assai ristretto. La maggioranza degli esseri umani ha cominciato a godere dei frutti della medicina moderna a partire da metà Ottocento, e il drastico crollo della mortalità infantile è un fenomeno del ventesimo secolo. Le grandi carestie hanno continuato a colpire gran parte dell’umanità fino alla metà del Novecento. Durante il Grande Balzo in Avanti della Cina comunista, fra 1958 e 1961, patirono gravemente la fame fra i dieci e i cinquanta milioni di esseri umani. Le guerre internazionali diventarono rare solo dopo il 1945, in gran parte grazie alla nuova minaccia di un olocausto nucleare. Quindi, benché gli ultimi decenni siano stati per l’umanità un’età dell’oro senza precedenti, è troppo presto per capire se ciò rappresenti un cambiamento fondamentale nelle correnti della storia o solo un mulinello effimero della buona fortuna. Quando giudichiamo la modernità, si rimane facilmente tentati di assumere il punto di vista di un individuo occidentale e borghese del ventunesimo secolo. Occorre non dimenticare i punti di vista che nel diciannovesimo secolo potevano avere un minatore del carbone gallese, un drogato d’oppio cinese o un aborigeno tasmaniano. Truganini non è meno importante di un Homer Simpson.

In secondo luogo, anche la breve età dell’Oro di quest’ultimo mezzo secolo potrebbe aver gettato i semi di una futura catastrofe. Nel corso degli ultimi decenni, abbiamo continuato a scuotere l’equilibrio ecologico del nostro pianeta in ogni modo, e a quanto pare ciò potrà avere delle conseguenze tremende. Tutta una serie di prove indicano che stiamo distruggendo i fondamenti della prosperità umana vivendo in un’orgia di consumi sconsiderati.

Infine, possiamo congratularci con noi stessi riguardo alle conquiste senza precedenti compiute dal moderno Sapiens solo se ignoriamo il destino di tutti gli altri animali. Gran parte della tanto decantata ricchezza materiale che ci mette al riparo dalle malattie e dalla fame è stata accumulata a spese delle scimmie da laboratorio, delle mucche da latte, dei pulcini selezionati sul nastro trasportatore. Nel corso degli ultimi due secoli, decine di miliardi di questi animali sono stati sottoposti a un regime di sfruttamento industriale che non ha precedenti negli annali del pianeta Terra. Se accettiamo anche solo un decimo di ciò che gli attivisti dei diritti degli animali stanno reclamando, la moderna agricoltura industriale potrebbe dirsi il più grande crimine della storia. Quando si valuta una dimensione globale della felicità, è sbagliato fare conto della felicità delle sole classi elevate, o degli europei, o degli uomini. Forse è sbagliato anche considerare solo la felicità degli umani.

Conteggiare la felicità


Fin qui abbiamo discusso della felicità come se fosse per gran parte un prodotto di fattori materiali, quali la salute, la dieta, l’abbondanza. Chi è più ricco e sta meglio deve per forza essere anche più felice. Ma è davvero così ovvio? Filosofi, preti e poeti hanno riflettuto per millenni sulla natura della felicità, e molti hanno concluso che i fattori sociali, etici e spirituali esercitano sulla nostra felicità un impatto altrettanto grande delle condizioni materiali. Forse, nonostante la prosperità, nelle moderne società opulente la gente soffre gravemente di alienazione e mancanza di senso nella vita. E forse i nostri antenati meno abbienti trovavano più soddisfazione nella comunità, nella religione, e nel legame con la natura.

Negli ultimi decenni, psicologi e biologi hanno raccolto la sfida di studiare scientificamente ciò che rende realmente felici le persone. Sono i soldi, la famiglia, il patrimonio genetico o forse la virtù?
Una conclusione interessante è che i soldi fanno effettivamente la felicità. Ma solo fin a un certo punto, e oltre quel dato punto la faccenda ha poca importanza. Per le persone che stanno in fondo alla scala economica, più denaro significa maggiore felicità. Se sei una madre americana single che guadagna 12.000 dollari l’anno facendo pulizie nelle case e improvvisamente vinci 50.000 dollari alla lotteria, sperimenterai probabilmente un aumento significativo e duraturo del tuo benessere soggettivo. Sarai in grado di nutrire e vestire i tuoi bambini senza affondare più nei debiti. Tuttavia, se sei una top manager che guadagna 250.000 dollari l’anno e vinci un milione di dollari alla lotteria, o se il consiglio d’amministrazione della tua azienda decide improvvisamente di raddoppiarti lo stipendio, è probabile che la tua crescita di benessere soggettivo duri qualche settimana soltanto. Secondo i risultati empirici, quasi certamente non farà grande differenza sul modo in cui ti sentirai a lungo andare. Ti comprerai una macchina più bella, traslocherai in una casa lussuosa, prenderai l’abitudine di bere Chateau Pétrus invece di cabernet californiano, ma in breve tempo ti sembrerà tutto normale e niente affatto eccezionale.

Un’altra scoperta interessante è che le malattie fanno diminuire la felicità sul breve periodo, ma sono una fonte di angoscia duratura solo se le condizioni della persona peggiorano continuamente o se comportano un male crescente e debilitante. Le persone cui vengono diagnosticate malattie croniche come il diabete, si deprimono solitamente per un certo periodo, ma se la malattia non peggiora mostrano di adattarsi alle nuove condizioni e registrano un grado di felicità dello stesso livello indicato dalle persone sane. Immaginiamo che Lucy e Luke siano due gemelli appartenenti alla classe media, e che accettino di prendere parte a uno studio sul benessere soggettivo. Sulla via del ritorno dal laboratorio di psicologia, l’auto di Lucy viene colpita da un bus, lasciandola con diverse ossa rotte e una gamba che resterà zoppa. Proprio mentre la squadra di soccorso la tira fuori dalle lamiere, il telefono squilla e Luke grida che ha vinto dieci milioni di dollari alla lotteria. Due anni dopo, lei continuerà a essere claudicante e lui sarà molto ricco, ma quando verrà lo psicologo per uno studio integrativo, probabilmente entrambi daranno le stesse risposte della mattina di quel fatidico giorno.

La famiglia e la comunità sembrano avere un impatto maggiore sulla nostra felicità rispetto a denaro e la salute. Le persone con forti legami familiari che vivono in comunità coese e solidali sono significativamente più felici delle persone le cui famiglie sono scollegate e che non hanno mai trovato (o mai cercato) una comunità di cui sentirsi parte. Particolarmente importante è il matrimonio. Ripetuti studi hanno trovato che esiste una correlazione molto stretta tra buon matrimonio e alto benessere soggettivo, e tra cattivo matrimonio e sofferenza. Ciò sembra del tutto valido indipendentemente dalle condizioni economiche e persino fisiche. Una persona con una menomazione, dotata di pochi soldi, ma circondata da una consorte affettuosa, da una famiglia devota e da una comunità calorosa può stare molto meglio di un miliardario solitario, posto che la povertà dell’invalido non sia troppo dura e che la sua malattia non sia degenerativa o dolorosa.


Ciò suggerisce la possibilità che l’enorme miglioramento delle condizioni materiali avvenuto nel corso degli ultimi due secoli sia stato controbilanciato dal crollo della famiglia e della comunità. Se è così, l’individuo medio oggi potrebbe non essere affatto più felice di quanto non lo fosse nel 1800. Anche la libertà di cui abbiamo tanta considerazione potrebbe lavorare contro di noi. Possiamo sì scegliere la persona da sposare, gli amici e i vicini, ma loro possono scegliere di lasciarci. Dato che l’individuo esercita un potere senza precedenti nel decidere il corso della propria vita, è sempre più difficile assumersi responsabilità. Viviamo così in un mondo sempre più solitario di comunità e famiglie in dissoluzione.

Ma la scoperta più importante di tutte è che la felicità in realtà non dipende da condizioni oggettive di ricchezza, salute e relazioni sociali. Dipende invece dal rapporto tra le condizioni oggettive e le aspettative soggettive. Se vuoi un carro da buoi e ti procuri un carro da buoi, sei contento. Se vuoi una Ferrari fiammante e riesci a procurarti solo una Fiat di seconda mano, ti senti frustrato. Ecco perché vincere alla lotteria produce, nel tempo, lo stesso effetto sulla felicità che ha un incidente automobilistico debilitante. Quando le cose migliorano, le aspettative crescono, e di conseguenza anche i miglioramenti eccezionali delle condizioni oggettive possono lasciarci insoddisfatti. Quando le cose peggiorano, le aspettative si riducono, e di conseguenza anche una malattia seria può lasciare più o meno inalterata la tua felicità.

L’importanza cruciale delle aspettative umane ha implicazioni di lunga portata per capire la storia della felicità. Se la felicità fosse dipesa soltanto da condizioni oggettive quali ricchezza, salute e relazioni sociali, sarebbe stato relativamente facile indagarne. Scoprire che essa dipende da aspettative soggettive rende assai più arduo il compito degli storici. Noi moderni disponiamo di un arsenale di tranquillizzanti e di antidolorifici, ma le nostre aspettative di benessere e piacere e la nostra intolleranza verso disagi e fastidi sono cresciute in tale misura che probabilmente soffriamo molto più dei nostri antenati.

Non è facile accettare questa linea di pensiero. Il problema sta in un errore di ragionamento radicato nel profondo della nostra psiche. Quando cerchiamo di stabilire quanto siano felici gli altri in questo momento, o quanto lo siano stati in passato, ci immaginiamo inevitabilmente al loro posto. Ma questo sistema non funziona, perché appiccica le nostre aspettative sulle condizioni materiali altrui. Nelle società opulente moderne è normale fare la doccia e cambiarsi di abito ogni giorno. I contadini medioevali andavano avanti per mesi di seguito senza lavarsi, ed era difficile che si cambiassero d’abiti. Il solo pensiero di una vita così sporca e puzzolente ci fa orrore. Eppure non pare che ai contadini medioevali facesse specie. Erano abituati alla sensazione e all’odore di una camicia non lavata. Non era che volessero cambiarsi d’abito, ma non potevano; avevano quel che volevano. Così, almeno per quanto riguarda gli abiti, erano contenti.

Non è così sorprendente, a pensarci bene. Dopotutto, i nostri cugini scimpanzé si lavano di rado e non si cambiano mai d’abito. Né restiamo disgustati dal fatto che i nostri cani e gatti domestici non fanno la doccia e non si cambiano ogni giorno. Li accarezziamo, abbracciamo e baciamo ugualmente. Nelle società opulente, spesso i bambini piccoli mostrano una certa riluttanza al bagno, e ci vogliono anni di educazione e di disciplina da parte dei genitori perché adottino questa abitudine che si presume attraente. È tutta una questione di aspettative.

Se la felicità è determinata dalle aspettative, i due pilastri della nostra società – i mass media e l’industria pubblicitaria – possono involontariamente impoverire le riserve globali del soddisfacimento. Se cinquemila anni fa eri un giovane di diciott’anni che viveva in un villaggio, probabilmente avresti pensato di avere un bell’aspetto, poiché nel tuo villaggio c’erano solo altri cinquanta uomini, la maggior parte dei quali erano o vecchi o deturpati o grinzosi, oppure erano ancora dei bambini. Ma se sei un teenager di oggi, hai molte più probabilità di sentirti inadeguato. Anche se gli altri compagni di scuola sono brutti, non ti metti a confronto con loro, ma con gli attori del cinema, con gli atleti, e se sei una ragazza con le supermodelle che tutto il giorno vedi in televisione, su Facebook e sui tabelloni pubblicitari giganti.

C’è forse da chiedersi, quindi, se lo scontento del Terzo Mondo sia fomentato non solo dalla povertà, dalle malattie, dalla corruzione e dall’oppressione politica, ma anche dalla semplice esposizione agli standard del Primo Mondo. Sotto il regime di Hosni Mubarak, l’egiziano medio aveva molte meno probabilità di morire di fame, di peste o di un atto violento che sotto Ramsete II o Cleopatra. Mai c’erano state per la maggior parte degli egiziani condizioni materiali migliori di quelle esistenti con Mubarak. Si dovrebbe pensare che gli egiziani del 2011 avrebbero dovuto danzare nelle strade per la gioia, ringraziando Allah. Invece si rivoltarono furiosamente per rovesciare Mubarak. Non si paragonarono con i loro antenati sotto i faraoni, ma con i loro coetanei dell’America di Obama.

Felicità chimica

I sociologi distribuiscono questionari sul benessere soggettivo e mettono in correlazione i risultati ottenuti con fattori socioeconomici quali la ricchezza e la libertà politica. I biologi usano gli stessi questionari, ma confrontano le risposte date dagli intervistati con i fattori biochimici e genetici. Quello che emerge è scioccante.

I biologi sostengono che il nostro mondo mentale ed emozionale è governato da meccanismi biochimici formatisi nei milioni di anni della evoluzione. Al pari di tutti gli altri stati mentali, il nostro benessere soggettivo non è determinato da parametri esterni come lo stipendio, le relazioni sociali o i diritti politici. È determinato invece da un complesso sistema di nervi, neuroni, sinapsi e varie sostanze biochimiche come la serotonina, la dopamina e l’ossitocina.

Nessuno diventa felice per aver vinto alla lotteria, comperato una casa, ottenuto una promozione, aver trovato il vero amore. L’individuo è reso felice in virtù di una sola cosa: le sensazioni di piacere nel nostro corpo. Una persona che ha appena vinto la lotteria o trovato un nuovo amore e fa salti di gioia, in realtà non sta reagendo al fatto di avere qualcosa che prima gli mancava. Sta semplicemente reagendo a vari ormoni che scorrazzano nel suo sangue, e alla tempesta di segnali elettrici che lampeggiano tra le differenti parti del cervello.

Sfortunatamente, nonostante tutte le speranze di creare il paradiso in terra, il nostro sistema biochimico interno pare programmato per mantenere dei livelli di felicità relativamente costanti. Non c’è una selezione naturale per la felicità in quanto tale: la linea genetica di un eremita felice si estinguerà, mentre i geni di due genitori ansiosi verranno trasmessi alla generazione successiva. La felicità e l’infelicità hanno un ruolo nell’evoluzione solo nella misura in cui favoriscono o scoraggiano la sopravvivenza e la riproduzione. Non sorprende, allora, che l’evoluzione ci abbia plasmato così da non essere né troppo infelici né troppo felici. Ciò ci consente di godere di un momentaneo flusso di sensazioni piacevoli, che però non sono eterne. Presto o tardi, esse si abbassano e lasciano il posto a sensazioni spiacevoli.

Per esempio, l’evoluzione fornisce sensazioni piacevoli come ricompensa ai maschi che spargono i loro geni accoppiandosi con femmine fertili. Se il sesso non fosse accompagnato da tale piacere, pochi maschi se ne curerebbero. Allo stesso tempo, l’evoluzione ha fatto sì che queste sensazioni piacevoli fossero di breve durata. Se gli orgasmi fossero durati per sempre, i maschi sarebbero morti di fame non avendo interesse per il cibo, e non si sarebbero più dati la pena di cercare altre femmine fertili.

Certi studiosi paragonano la biochimica umana al sistema di aria condizionata che tiene costante la temperatura, ci sia un’ondata di calore o una bufera di neve. Gli eventi possono alterare momentaneamente la temperatura, ma il sistema di condizionamento riporta la temperatura sempre al punto stabilito.

Alcuni sistemi di aria condizionata vengono fissati sui 25 gradi centigradi. Altri sui 20. I sistemi di condizionamento della felicità umana differiscono inoltre da persona a persona. In una scala da uno a dieci, alcuni individui nascono con un sistema biochimico gioviale, che consente al loro umore di oscillare tra i livelli sei e dieci, stabilizzandosi col tempo sull’otto. Un individuo di questo tipo è perfettamente contento anche se vive in una grande città straniante, se perde tutti i suoi soldi in un crollo di borsa e se gli viene diagnosticato il diabete. Altri sono afflitti da un sistema biochimico malinconico che oscilla tra i livelli tre e sette e si stabilizza a cinque. Tale persona rimane depressa anche se gode del sostegno di una comunità ben coesa, se vince milioni alla lotteria e se la sua salute è quella di un atleta olimpico. Infatti, anche se il nostro amico la mattina vincesse cinquanta milioni di dollari, a mezzogiorno scoprisse la cura sia per l’AIDS sia per il cancro, il pomeriggio facesse mettere pace tra gli israeliani e i palestinesi e la sera si ritrovasse con il figlio scomparso da anni, non riuscirebbe ad andare oltre il livello sette di contentezza. Semplicemente il suo cervello non è fatto per l’esaltazione, qualunque cosa accada.

Pensate per un momento alla vostra famiglia e ai vostri amici. Conoscete senz’altro qualcuno che rimane relativamente sereno, a prescindere dalle cose che gli accadono. E poi ci sono invece quelli sempre cupi, quali che siano i doni che il mondo pone ai loro piedi. Siamo portati a credere che, se appena potessimo cambiare il posto di lavoro, sposarci, finire di scrivere il romanzo, comprare una macchina nuova o saldare il mutuo, ci sentiremmo al settimo cielo. Però, quando otteniamo quel che desideravamo, non sembriamo poi così contenti. Il fatto di comprare macchine e scrivere romanzi non modifica la nostra biochimica. Può darsi che per un fugace momento la faccia sussultare, ma poi essa torna al punto di taratura.

Come può conciliarsi tutto ciò con i citati risultati di tipo psicologico e sociologico secondo cui, per esempio, le persone sposate sono mediamente più felici dei single? Primo, questi risultati sono semplici correlazioni: il rapporto di causalità può essere anche inverso rispetto ciò che alcuni ricercatori hanno presunto. È vero che le persone sposate sono più felici di quelle sole e divorziate, ma questo non significa necessariamente che i matrimoni rendono felici. Potrebbe essere che è la felicità a determinare i matrimoni. O, più correttamente, che la serotonina, la dopamina e l’ossitocina provocano e sostengono il matrimonio. Gli individui che nascono con una biochimica gioviale, sono di solito felici e contenti. Sono partner più attraenti, e di conseguenza hanno maggiore probabilità di sposarsi. È anche meno probabile che divorzino, perché è molto più facile vivere con una persona felice e contenta che con una depressa e insoddisfatta. Conseguentemente, è vero che le persone sposate sono mediamente più felici dei single, ma una donna single incline alla cupezza a causa della sua biochimica non diventerebbe necessariamente più felice se trovasse un marito.

Va anche aggiunto che non tutti i biologi sono dei fanatici. Essi sostengono che la felicità è determinata principalmente dalla biochimica, ma concordano sul ruolo giocato dai fattori psicologici e sociologici. Il nostro sistema mentale una certa libertà di movimento all’interno dei confini predeterminati. È quasi impossibile superare i confini emozionali minimi e massimi, ma eventi come il matrimonio e il divorzio possono avere un impatto nel campo che sta fra i due estremi. Se uno è nato con una media di felicità a livello cinque, è improbabile che balli selvaggiamente per le strade. Ma un buon matrimonio potrebbe portarlo a godere di un livello sette, di tanto in tanto, tenendolo lontano da uno sconforto di livello tre.

Se riguardo la felicità accettiamo l’approccio biologico, la storia diventa di minore importanza, poiché la maggior parte degli eventi storici non hanno alcun impatto sulla nostra biochimica. La storia può trasformare gli stimoli esterni che fanno secernere la serotonina, ma non porterà a un cambiamento dei risultanti livelli di serotonina, e quindi non rendere più felici le persone.


Si faccia un confronto tra un contadino medioevale della campagna francese e un moderno banchiere di Parigi. Il primo vive in una casupola di fango non riscaldata davanti porcile, mentre il secondo abita in uno splendido attico dotato di tutti i più moderni gadget tecnologici e con una vista sugli Champs-Élysées. Intuitivamente, ci aspetteremmo che il banchiere sia molto più felice del contadino. Ma non sono le casupole di fango, gli attici e gli Champs-Élysées a determinare il nostro stato d’animo. Lo fa la serotonina. Quando il contadino medioevale completa la costruzione della sua casupola di fango, i suoi neuroni cerebrali secernono serotonina, portandola a livello X. Quando nel 2013 il banchiere parigino versa il saldo per il magnifico attico, i suoi neuroni secernono una simile quantità di serotonina, portandola a un analogo livello X. Non fa alcuna differenza per il cervello che l’attico sia molto più confortevole della casupola di fango. La sola cosa che conta è che, al presente, il livello di serotonina sia X. Di conseguenza, il banchiere non sarebbe più felice neppure di una virgola rispetto al suo bis-bis-bis-bisnonno, il povero contadino medioevale.

Questo è valido non solo per le vite private, ma anche per i grandi eventi collettivi. Si consideri, per esempio, la Rivoluzione Francese. I rivoluzionari si dettero molto da fare: giustiziarono il re, dettero le terre ai contadini, dichiararono i diritti dell’uomo, abolirono i privilegi nobiliari e mossero guerra contro l’intera Europa. Tuttavia, niente di tutto questo modificò la biochimica francese. Dunque, nonostante i grandi rivolgimenti politici, sociali, ideologici ed economici prodotti dalla rivoluzione, l’impatto che essa ebbe sulla felicità francese fu esiguo. Coloro cui la lotteria genetica, aveva attribuito una biochimica gioviale, dopo la rivoluzione erano felici come lo erano stati prima. Quelli caratterizzati da una biochimica malinconica si lamentarono di Robespierre e di Napoleone con la stessa amarezza con cui si prima erano lamentati di Luigi XVI e di Maria Antonietta.

Se questo è vero, a cosa servì allora la Rivoluzione Francese? Se la gente non diventò più felice, che senso aveva avuto tutto quel caos, paura, sangue e guerra? I biologi non avrebbero mai assaltato la Bastiglia. Gli uomini pensano che questa rivoluzione politica o quella riforma sociale li renderà più felici, ma qualche volta la loro biochimica li inganna.

Esiste un unico sviluppo storico che abbia un vero significato. Oggi, mentre comprendiamo finalmente che le chiavi della felicità sono nelle mani del nostro sistema biochimico, possiamo smettere di perdere tempo a riflettere di politica, riforme sociali, colpi di stato e ideologie varie, concentrandoci invece sulla sola cosa che può renderci veramente felici: la manipolazione della nostra biochimica. Se investiamo miliardi per capire com’è fatta la chimica del nostro cervello e per sviluppare trattamenti adeguati, possiamo rendere la gente più felice di quanto sia mai stata prima, senza nessun bisogno di rivoluzioni. Il Prozac, per esempio, non fa cambiare i regimi, ma, alzando i livelli di serotonina, toglie le persone dalla loro depressione.

Niente coglie la questione biologica meglio del famoso slogan New Age secondo cui “La felicità comincia dentro”. Soldi, stato sociale, chirurgia estetica, belle case, posizioni di potere: nessuna di queste cose ti porterà mai la felicità. La felicità durevole viene solo dalla serotonina, dalla dopamina, dall’ossitocina.

Nel romanzo distopico di Aldous Huxley Il mondo nuovo, pubblicato nel 1932, al culmine della Grande crisi, la felicità figura come il valore supremo, e le medicine psichiatriche rimpiazzano la polizia e il voto come fondamento della politica. Ogni giorno ciascuno prende una dose di “soma”, una droga sintetica che rende felice la gente senza danneggiare la produttività e l’efficienza individuali. Lo Stato Mondiale che governa l’intero globo non è mai minacciato da guerre, rivoluzioni, scioperi e dimostrazioni, perché tutti gli individui sono supremamente contenti delle loro condizioni attuali, quali che siano. La visione che Huxley ha del futuro è assai più inquietante di quella rappresentata da George Orwell in 1984. Alla maggior parte dei lettori, il mondo di Huxley sembra mostruoso, ma non sarebbe facile spiegare perché. Ognuno è sempre felice: cosa può esserci di sbagliato in questo?