l'ultima guerra

Futuro

l'ultima guerra

Nel 1945 l’Inghilterra governava un quarto del globo. Trent’anni dopo possedeva appena qualche piccola isola. Nei decenni intermedi, essa si ritirò da una colonia dopo l’altra non sparando che qualche colpo, perdendo non più di qualche migliaio di soldati, e senza uccidere molte persone. Almeno una parte degli elogi al Mahatma Gandhi per il suo credo nella non-violenza, andrebbero tributati all’impero britannico. Il suo posto fu preso da una miriade di stati indipendenti, la maggior parte dei quali hanno potuto godere di stabili confini e, in genere, hanno vissuto pacificamente accanto ai loro confinanti. Certo, alcune decine di migliaia di persone morirono quando l’impero si sentì minacciato, e in diversi punti critici la sua ritirata portò allo scoppio di conflitti etnici che costarono la vita di centinaia di migliaia di persone (particolarmente in India). Tuttavia, in una prospettiva di lungo periodo, il ritiro britannico è stato un caso esemplare di pace e di ordine. L’Impero Francese è stato più ostinato. Il suo collasso ha scatenato sanguinose reazioni in Vietnam e in Algeria, costate centinaia di migliaia di vite umane. Anche i francesi, comunque, alla fine si ritirarono dal resto dei loro domini rapidamente e pacificamente, lasciando alle loro spalle stati ordinati e non situazioni caotiche.

Il collasso sovietico del 1989 è stato ancora più pacifico, nonostante l’eruzione dei conflitti etnici nei Balcani, nel Caucaso e nell’Asia Centrale. Mai prima era accaduto che un impero tanto potente scomparisse tanto velocemente e senza clamori. L’impero sovietico del 1989 non aveva subito alcuna sconfitta militare se non in Afghanistan, alcuna invasione dall’esterno, alcuna ribellione, né alcun tipo di campagna di disobbedienza civile su larga scala alla Martin Luther King. I sovietici avevano ancora milioni di soldati, decine di migliaia di carri armati e di aerei, e abbastanza armi nucleari da spazzare via l’intera razza umana per diverse volte. L’Armata Rossa e gli altri eserciti del Patto di Varsavia si mantennero leali. Se l’ultimo leader sovietico, Michail Gorbačëv, avesse emanato l’ordine, l’Armata Rossa avrebbe aperto il fuoco sulla popolazione.

Ma l’élite sovietica, e i regimi comunisti di quasi tutta l’Europa (la Romania e la Serbia furono le sole eccezioni), scelsero di non usare neppure una minuscola porzione di questa potenza militare. Quando i membri dell’élite sovietica si resero conto che il comunismo era perduto, rinunciarono alla forza, ammisero il proprio fallimento, fecero la valigia e andarono a casa. Gorbačëv e i suoi colleghi rinunciarono senza combattere non solo alle conquiste sovietiche della seconda guerra mondiale, ma anche alle conquiste zariste molto più antiche: il Baltico, l’Ucraina, il Caucaso, l’Asia Centrale. Gela il sangue se si pensa a cosa sarebbe potuto accadere se Gorbačëv si fosse comportato come i leader serbi o come i francesi in Algeria.

Pax atomica 

Gli stati indipendenti che sorsero da questi imperi si sentirono fortemente estranei alla guerra. Con poche eccezioni, dopo il 1945 non ci furono più stati che invasero altri stati allo scopo di conquistarli e inglobarli. Conquiste di questo tipo erano state all’ordine del giorno nella storia politica da tempi immemorabili. Fu così che presero forma gli imperi, ed fu così che la maggior parte dei governanti e delle popolazioni si aspettavano che dovessero andare le cose. Ma campagne di conquista come quelle dei Romani, dei Mongoli e degli Ottomani oggi non potrebbero aver luogo in nessuna parte del mondo. Dopo il 1945, nessun paese indipendente riconosciuto dalle Nazioni Unite è stato oggetto di conquista e cancellato dalla mappa. Di tanto in tanto, si svolgono ancora alcuni limitati conflitti internazionali e nelle guerre muoiono ancora milioni di persone. Ma le guerre non costituiscono più la norma.

Molti ritengono che la scomparsa della guerra internazionale riguardi soltanto le ricche democrazie dell’Europa Occidentale. In realtà, la pace è arrivata in Europa dopo aver già prevalso in altre parti del mondo. Così, le ultime vere e proprie guerre internazionali tra i paesi sudamericani sono state quella tra Bolivia e Paraguay del 1932-35 e tra Perù e Ecuador del 1941. E prima di queste, non c’erano stati seri conflitti tra paesi sudamericani dopo gli anni 1879-84, con il Cile da una parte e la Bolivia e il Perù dall’altra.

Di rado pensiamo al mondo arabo come a una realtà particolarmente pacifica. Tuttavia, da che i paesi arabi hanno conquistato la loro indipendenza, soltanto una volta uno di questi paesi ha intrapreso un’invasione vera e propria di un altro paese: vedi l’invasione irachena del Kuwait nel 1990. Ci sono stati non pochi conflitti di confine (per esempio la Siria contro la Giordania nel 1970), numerosi interventi armati in cui un paese entrava nelle questioni di un altro (per esempio la Siria nel Libano), diverse guerre civili (Algeria, Yemen, Libia), e una certa quantità di colpi di stato e di rivolte. Però non ci sono state guerre su scala internazionale tra gli stati arabi, a parte la guerra del Golfo. Anche ampliando l’orizzonte per includere l’intero mondo musulmano, si aggiunge un solo altro esempio: la guerra Iran-Iraq. Non c’è stata alcuna guerra tra Turchia e Iran, né tra Pakistan e Afghanistan, né tra Indonesia e Malaysia.

Le cose sono assai meno rosee in Africa. Ma anche lì i conflitti sono guerre civili e dei di stato. Dopo che gli stati africani hanno conquistato la loro indipendenza negli anni Sessanta e Settanta, in ben pochi casi un paese ha invaso un altro nella speranza di una conquista.

Anche in passato vi furono periodi di relativa calma, come in Europa tra il 1871 e il 1914; periodi per altro finiti sempre malissimo. Questa volta però è diverso. Perché la vera pace non è la semplice assenza di guerra. La vera pace comporta l’implausibilità della guerra. Nel mondo non c’è mai stata vera pace. Fra il 1871 e il 1914 una guerra europea restava un’eventualità plausibile, e le aspettative di guerra dominavano i pensieri dei vertici militari, dei politici e anche dei cittadini comuni. Queste previsioni aleggiarono durante tutti i periodi pacifici della storia. Una legge di ferro della politica internazionale sentenziava: “Per ogni due stati contigui, esiste uno scenario plausibile che può spingerli a farsi guerra nel giro di un anno”. Tale legge della giungla vigeva a tutti gli effetti nell’Europa del tardo diciannovesimo secolo, nell’Europa medioevale, nell’antica Cina e nella Grecia classica. Se nel 450 a.C. Sparta e Atene erano in pace, c’era comunque uno scenario plausibile che le avrebbe viste in guerra nel 449 a.C.

Oggi l’umanità ha spezzato la legge della giungla. C’è finalmente una pace vera, e non solo un’assenza di guerra. Per la maggior parte delle nazioni esistenti non esiste uno scenario plausibile che possa portare a un conflitto a breve termine. Cosa potrebbe provocare una guerra tra Germania e Francia il prossimo anno? O tra la Cina e il Giappone? O tra il Brasile e l’Argentina? Alcuni conflitti minori per questioni di confine potrebbero anche verificarsi, ma solo uno scenario apocalittico potrebbe produrre nel 2015 una guerra vecchio stile tra le due ultime nazioni citate ad esempio – una guerra in cui le divisioni corazzate argentine dilagherebbero fino alle porte di Rio e gli aerei brasiliani bombarderebbero Buenos Aires. Guerre del genere potrebbero forse scoppiare l’anno prossimo tra diverse coppie di stati, per esempio tra Israele e Siria, tra Etiopia e Eritrea, o tra Stati Uniti e Iran, ma sono solo le eccezioni che confermano la regola.

Questa situazione, naturalmente, potrebbe cambiare in futuro; e col senno del poi il mondo di oggi potrebbe sembrarci incredibilmente ingenuo. Tuttavia, da un punto di vista storico, proprio questa nostra ingenuità appare affascinante. Mai prima d’ora la pace è stata così prevalente da indurre la gente a non riuscire neppure a immaginare che possa esserci una guerra.

Gli studiosi hanno cercato di spiegare questa felice evoluzione con una mole impressionante di libri e articoli, identificando diversi fattori concomitanti. Primo fra tutti, il prezzo della guerra è salito drasticamente. A Robert Oppenheimer e ai suoi colleghi artefici della bomba atomica avrebbe dovuto essere stato attributo il Nobel per la pace, per il fatto di avere reso inutile questo premio dopo di loro. Le armi nucleari, infatti, hanno trasformato la guerra tra le superpotenze in un suicidio collettivo, e hanno reso impossibile cercare la dominazione del mondo con la forza delle armi.

In secondo luogo, mentre il prezzo della guerra s’impennava, i profitti della guerra declinavano. Nel corso di gran parte della storia, le nazioni potevano arricchirsi depredando o annettendo territori nemici. Il grosso della ricchezza consisteva di campi coltivati, bestiame, schiavi e oro, per cui era facile far bottino di queste cose. Oggi la ricchezza consiste principalmente di capitale umano, di know-how tecnico e di complesse strutture socioeconomiche quali le banche. Di conseguenza è difficile portare via questi beni o incorporarli nel proprio territorio.

Si pensi alla California. La sua ricchezza si fondò inizialmente sulle miniere d’oro. Ma oggi essa è costruita sul silicio e sulla celluloide – Silicon Valley e le colline Hollywood. Cosa succederebbe se i cinesi volessero organizzare una invasione armata della California, far sbarcare milioni di soldati sulle spiagge di San Francisco e assaltare l’entroterra? Ci guadagnerebbero ben poco. Non ci sono miniere di silicio nella Silicon Valley. La ricchezza sta nelle menti degli ingegneri di Google e, a Hollywood, negli sceneggiatori, registi e maghi degli effetti speciali, che sarebbero a bordo del primo aereo per Bangalore o Mumbai molto prima che i carri armati cinesi imboccassero Sunset Boulevard. Non è un caso se le poche guerre internazionali che ancora si verificano nel mondo, come l’invasione irachena del Kuwait, abbiano avuto luogo in posti dove la ricchezza è ancora di vecchio tipo. Gli sceicchi del Kuwait poterono fuggire all’estero, ma i campi di petrolio restavano lì e vennero occupati.

Mentre la guerra diventava meno proficua, la pace diventò più lucrativa che mai. Nelle economie agricole tradizionali, i commerci sulle lunghe distanze e gli investimenti stranieri restavano in secondo piano. Di conseguenza la pace portava un modesto profitto, a parte quello di evitare il costo della guerra. Se, poniamo, nel 1400 l’Inghilterra e la Francia erano in pace, i francesi non avrebbero pagato pesanti tasse di guerra, né sofferto distruttive invasioni britanniche, anche se ciò non avrebbe portato gran vantaggio ai loro portafogli. Nelle economie capitalistiche moderne, gli scambi e gli investimenti esteri sono diventati della massima importanza. La pace quindi produce dividendi unici. Finché la Cina e gli Stati Uniti sono in pace, i cinesi possono prosperare vendendo prodotti agli Stati Uniti, operando a Wall Street e ricevendo investimenti americani.

Ultimo ma non da meno, nella cultura politica globale ha avuto luogo uno spostamento tettonico. Nella storia, numerose élite – come i condottieri Hun, i nobili vichinghi e i sacerdoti aztechi – consideravano la guerra un bene positivo. Altri la vedevano come un male, ancorché inevitabile, da ricondurre possibilmente a proprio vantaggio. La nostra è la prima epoca nella storia in cui il mondo è dominato da un’élite amante della pace: politici, uomini d’affari, intellettuali e artisti considerano la guerra sia un male sia una cosa evitabile. (Anche in passato ci sono stati pacifisti, come i primi cristiani, ma nei rari casi in cui hanno conquistato il potere hanno mostrato una tendenza a dimenticare il loro precetto di “porgere l’altra guancia”.)


C’è una ricaduta positiva che intercorre fra questi quattro fattori. La minaccia dell’olocausto nucleare alimenta il pacifismo; quando il pacifismo si propaga, la guerra retrocede e il mercato fiorisce; e il commercio incrementa sia i profitti della pace sia i costi di un’eventuale guerra. Col tempo, tale ricaduta crea un altro ostacolo alla guerra, un meccanismo che alla fine potrebbe dimostrarsi più importante di tutti. Il fatto che si stringa la rete dei rapporti internazionali erode l’indipendenza di quasi tutti i paesi, allentando la possibilità che uno di essi possa sguinzagliare autonomamente i cani della guerra. La maggior parte dei paesi non s’impegnano più in una guerra totale per la semplice ragione che non sono più indipendenti. Anche se i cittadini di Israele, Italia, Messico o Thailandia possono albergare illusioni di indipendenza, i loro governi non possono condurre una politica economica o estera indipendente, e di sicuro non sono in grado di iniziare e portare avanti da soli una guerra in piena regola. Come si è cercato di spiegare nel capitolo 11, stiamo assistendo alla formazione di un impero globale. Al pari dei precedenti, anche questo impero rafforza la pace all’interno dei suoi confini. E siccome i suoi confini coprono l’intero globo, l’Impero Mondiale rafforza la pace mondiale con efficacia.