Grandi cervelli = Grandi problemi

Potere e immaginazione

Grandi cervelli = Grandi problemi

Due milioni di anni fa, in Africa Orientale, era facile incontrare una tipologia di caratteri umani familiari: madri apprensive che stringono al seno i loro figli e gruppi di bambini più grandi che giocano nel fango; giovani esagitati che inveiscono contro le regole della società e anziani stanchi che vogliono essere lasciati in pace; maschi impettiti che cercano di impressionare le bellezze locali e matriarche vecchie e sagge che non si stupiscono più di nulla. Questi umani arcaici amavano, giocavano, formavano strette amicizie, competevano tra loro per conquistare status e potere – ma la stessa cosa facevano gli scimpanzé, i babbuini e gli elefanti. Non c’era niente di speciale in loro. Nessuno, e tanto meno gli stessi umani, aveva la minima idea che i loro discendenti avrebbero un giorno camminato sulla Luna, scisso l’atomo, individuato il codice genetico e scritto libri di storia. La cosa più importante da sapere circa gli umani preistorici è che erano animali insignificanti, il cui impatto sull’ambiente in cui vivevano non era superiore a quello di gorilla, lucciole e meduse.

Siamo abituati a pensare a noi come gli unici umani, perché da diecimila anni in qua la nostra è stata in effetti l’unica specie umana in circolazione. Tuttavia, il vero significato della parola “essere umano” è “animale appartenente al genere Homo”, e c’erano molte altre specie di questo genus oltre all’Homo sapiens. Inoltre, come vedremo nell’ultimo capitolo di questo libro, in un futuro non molto distante potremmo di nuovo dover competere con degli umani non-sapiens. Perché sia chiaro questo punto, userò spesso il termine “Sapiens” (mantenendo invariato al plurale) per denotare membri della specie Homo sapiens, riservando il termine “umano” per riferirmi a tutti i membri esistenti del genere Homo.

I membri di alcune di queste specie erano di grande corporatura, altri erano nani. Alcuni erano tremendi cacciatori, altri quieti raccoglitori di piante. Alcuni vivevano su un’isola e solo lì, mentre molti altri migravano attraverso i continenti. Ma tutti appartenevano al genere Homo. Erano tutti degli esseri umani.

Uno sbaglio comune è quello di immaginare queste specie come ordinate in una stretta linea di discendenza, dove l’ergaster determina la venuta dell’erectus, l’erectus determina la venuta del Neanderthal e questi si evolve in quello che siamo noi. Questo modello lineare dà l’erronea impressione che in ogni particolare momento sia solo un tipo di umano a popolare la terra, e che tutte le specie precedenti siano semplicemente modelli più obsoleti di ciò che siamo noi. La verità è che da circa due milioni di anni fa e fino a circa diecimila anni fa, il mondo era la casa, contemporaneamente, di diverse specie umane. Perché mai non dovrebbe essere così? Oggi ci sono molte specie di volpi, di orsi, di maiali. La terra di un centomila anni fa era calpestata da almeno sei differenti specie di uomo. A essere speciale – e forse incriminante – è la nostra attuale esclusività, e non il passato dalle molte specie. Come vedremo fra breve, noi Sapiens abbiamo buone ragioni per sopprimere il ricordo dei nostri fratelli.

Il prezzo del pensiero


Nonostante le molte differenze, tutte le specie umane condividono certe caratteristiche distintive. Quella più saliente, è che gli umani hanno cervelli straordinariamente sviluppati rispetto agli altri animali. I mammiferi del peso di 60 chilogrammi posseggono in media un cervello di 200 centimetri cubi. Il Sapiens moderno sfoggia un cervello che misura in media 1200-1400 centimetri cubi. Il cervello del Neanderthal era ancora più grosso.

Che l’evoluzione dovesse per forza propendere perché ci fossero cervelli più grandi, a noi può sembrare qualcosa di lapalissiano. Siamo talmente innamorati della nostra elevata intelligenza da presumere che quando si tratta di capacità cerebrale, più se ne ha meglio è. Ma, se fosse stato così, la famiglia dei felini avrebbe anche prodotto esemplari in grado di fare calcoli. Come mai il genere Homo è il solo, nell’intero animale, ad avere concepito queste poderose macchine del pensiero?

Non c’è dubbio che un cervello grosso è un bel peso per il corpo. Non è facile portarselo in giro, specie se è inscatolato in un cranio massiccio. E ancora più impegnativo è il problema di alimentarlo. Nell’Homo sapiens, il cervello vale circa il 2-3 per cento del peso corporeo totale, ma consuma il 25 per cento dell’energia del corpo quando questo è in stato di riposo. Facendo il confronto, i cervelli delle altre scimmie richiedono solo l’8 per cento dell’energia in stato di riposo. Gli umani arcaici pagarono in due modi il fatto di avere cervelli grandi. In primo luogo, spesero più tempo alla ricerca di cibo. Secondariamente, atrofizzarono i loro muscoli. Allo stesso modo di un governo che dirotta fondi dalla difesa all’educazione, gli umani dirottarono l’energia dai bicipiti ai neuroni. Non è certo ovvio che questa fosse una buona strategia per la sopravvivenza nella savana. Uno scimpanzé non può vincere una disputa con un Homo sapiens, ma uno scimmione può spaccare in due un uomo come se fosse una bambola di pezza.

Oggi i nostri grossi cervelli vanno benissimo, perché siamo capaci di produrre automobili e armi che ci consentono di spostarci più velocemente degli scimpanzé ed eventualmente di sparargli da una distanza di sicurezza invece di lottare corpo a corpo. Ma le macchine e i fucili sono fenomeni recenti. Per oltre due milioni di anni, i sistemi neuronali umani hanno continuato a crescere e a crescere, ma a parte qualche coltello di selce e di punte d’osso avevano ben poco di prezioso da ostentare. Durante quei due milioni di anni, cosa ha spinto l’evoluzione del cervello umano perché diventasse grande? Francamente, non lo sappiamo.

Un altro singolare tratto umano è che possiamo camminare eretti su due gambe. Stando su, è più facile perlustrare la savana per vedere se ci sono animali da prendere o nemici, cosicché le braccia, non più necessarie per la locomozione, sono libere per altri scopi, come lanciare pietre o fare segnalazioni. Quante più cose queste mani furono in grado di fare, tanto più successo ebbero i loro possessori. Così la pulsione evoluzionaria produsse una crescente concentrazione di nervi e di muscoli ben strutturati nelle palme e nelle dita. Come risultato, gli umani possono svolgere compiti molto complessi con le mani. In particolare, possono produrre e utilizzare utensili sofisticati. La prima testimonianza della produzione di utensili vien fatta risalire a due milioni e mezzo di anni fa, e la manifattura e l’impiego di tali utensili costituiscono i criteri in base ai quali gli archeologi studiano gli antichi umani.

Il fatto di camminare eretti ha però il suo lato negativo. Lo scheletro dei nostri progenitori si era sviluppato per milioni di anni in modo da sostenere una creatura che camminava a quattro zampe e aveva una testa relativamente piccola. L’aggiustamento per assumere la stazione eretta fu una sfida enorme, specie quando l’impalcatura dovette sostenere un cranio extralarge. Il fatto di poter vedere più dall’alto e di usare mani industriose, l’umanità lo pagò con mal di schiena e colli rigidi.

Alle donne costò anche di più. L’andatura eretta richiedeva fianchi più stretti, venendo a così restringere il canale vaginale – e ciò mentre le teste dei bambini diventavano sempre più grosse. Per le femmine degli umani, la morte per parto diventò un pericolo enorme. Le donne che partorivano in anticipo, quando il cervello e il cranio del bambino erano ancora relativamente piccoli e morbidi, se la cavavano meglio, potevano sopravvivere più facilmente e dare alla luce più figli. Di conseguenza, la selezione naturale favorì le nascite anticipate. E infatti, se si fa il raffronto con gli altri animali, gli umani nascono prematuramente, quando molti dei loro sistemi vitali non sono ancora sviluppati. Poco tempo dopo essere nato, un puledro può tirarsi su e mettersi a trotterellare; un gattino si stacca da sua madre per cercare cibo da sé dopo solo poche settimane da che è nato. I bambini umani sono inermi, e per anni restano dipendenti dai loro progenitori per quanto riguarda il sostentamento, la protezione e l’educazione.


Questo fatto ha contribuito in modo considerevole sia alle straordinarie qualità sociali degli umani, sia ai loro problemi sociali parimenti unici. Madri sole difficilmente potevano procurare abbastanza cibo per la loro prole e per sé se avevano un figlio da accudire. Allevare figli richiedeva un costante aiuto da parte di altri membri della famiglia e dei vicini. Per allevare un umano ci vuole una tribù. L’evoluzione, dunque, favorì quegli individui capaci di creare forti legami sociali. Inoltre, poiché gli umani nascono quando non sono ancora sviluppati, essi possono essere educati e socializzati in una misura assai più estesa rispetto a qualsiasi altro animale. La maggior parte dei mammiferi escono dal grembo come la terracotta smaltata esce dal forno – ogni tentativo di rimodellarla manderebbe tutto in frantumi. Gli umani escono dal grembo come la pasta di vetro dalla fornace. Possono essere rigirati, stirati e modellati con un sorprendente grado di libertà. Ecco perché oggi possiamo educare i nostri figli a diventare cristiani o buddisti, capitalisti o socialisti, bellicosi o pacifisti.

Si presume che un cervello grande, l’uso di utensili, di conoscenze e abilità di buon livello, e infine strutture sociali complesse costituiscano enormi vantaggi. Pare ovvio che siano state queste cose a rendere l’essere umano l’animale più potente che esista sulla terra. Però gli umani hanno goduto di tutti questi vantaggi per due milioni d’anni buoni, durante i quali sono rimasti creature deboli e marginali. Così, gli umani di un milione di anni fa, nonostante i loro grandi cervelli e gli affilati utensili di selce, vivevano nella costante paura dei predatori, raramente cacciavano selvaggina di grossa taglia e campavano sostanzialmente raccogliendo piante, piluccando insetti, seguendo le piste di piccoli animali, e mangiando le carogne di altri carnivori più possenti.

Uno degli usi più comuni dei primitivi strumenti di pietra era quello di spaccare le ossa per prendere il midollo. Alcuni ricercatori ritengono che questa fosse la nostra specialità. Così come il picchio è specializzato a estrarre gli insetti dai tronchi degli alberi, i primi umani si specializzarono nell’estrarre il midollo dall’interno delle ossa. Perché il midollo? Bene, supponiamo che stiate osservando un branco di leoni che atterrano una giraffa e la divorano. Aspettate pazientemente finché hanno finito di saziarsi. Ma non è ancora il vostro turno, perché prima ci sono le iene e gli sciacalli – con cui non è il caso d’interferire – che setacciano i resti. Solo allora, voi e la vostra squadra osate avvicinarvi cautamente alla carcassa, guardandovi intorno a destra e a manca – e potete buttarvi sull’unico tessuto edibile che è rimasto.

Questa è la chiave per capire la nostra storia e la nostra psicologia. Fino a tempi molto recenti, la posizione del genere Homo nella catena alimentare è rimasta stabilmente su un punto mediano. Per milioni di anni, gli umani hanno cacciato piccole creature e raccolto quel che potevano, essendo intanto oggetto dell’attenzione di predatori più grandi. Fu solo quattrocentomila anni fa che alcune specie umane cominciarono a cacciare in pianta stabile della selvaggina di grande taglia, e solo negli ultimi centomila anni – con la nascita dell’Homo sapiens – l’uomo è salito sulla vetta della catena alimentare.

Quel salto spettacolare dalla posizione mediana al vertice ebbe enormi conseguenze. Altri animali in cima alla piramide, come i leoni e gli squali, erano saliti in quella posizione molto gradualmente, lungo milioni di anni. Ciò aveva consentito all’ecosistema di sviluppare filtri ed equilibri che impedivano ai leoni e agli squali di suscitare troppo sconvolgimento. Mentre i leoni diventavano micidiali, le gazzelle imparavano a correre più forte, le iene a cooperare meglio tra di loro, e i rinoceronti a diventare di carattere più iroso. Gli umani, invece, salirono in vetta così alla svelta che all’ecosistema non fu dato il tempo di equilibrare le cose. Non bastasse, non si adattarono neppure gli umani. Gran parte dei principali predatori del pianeta sono creature maestose. Il fatto di aver dominato per milioni di anni ha infuso loro un’assoluta sicurezza. Al contrario, il Sapiens somiglia al dittatore di una repubblica delle banane. Essendo noi stati, fino a poco tempo fa, tra le schiappe della savana, siamo pieni di paure e di ansie circa la posizione che occupiamo, il che ci rende doppiamente crudeli e pericolosi. Molte calamità storiche, dalle mortali guerre alle catastrofi ecologiche, sono la conseguenza di questo salto oltremodo veloce.